
Le principali testate giornalistiche italiane ed internazionali di questi giorni pullulano di notizie legate ad un piccolo stato, il Libano. Scommetto che molti di noi non saprebbero neanche indicarlo con certezza matematica su una cartina geografica, ma sono sicuro che solo sentendo il nome di questa nazione, la prima cosa che salta alla mente sia “Medio Oriente”.
Il Libano è una zona del mondo abitata da migliaia di anni, culla di civiltà che hanno profondamente segnato la storia dell’occidente e dell’umanità che conosciamo. Secondo molti studiosi, possiamo rintracciare l’antenato più antico dell’alfabeto latino proprio su quelle sponde del Mediterraneo Orientale, luogo d’origine della civiltà fenicia. Oggi il Libano è abitato da una miriade di popoli diversi con una costellazione innumerevole di credo religiosi: dai musulmani sciiti a quelli sunniti, dai maroniti agli ortodossi, fino ad arrivare a sacche di popolazione di fede cattolica e addirittura ebraica.
Per parlare della storia del Libano, e in generale di tutta quella regione del mondo, vi rimando agli articoli nella rubrica “Storie Svelate” che spiegheranno molto più in dettaglio come si è arrivati alla situazione attuale. In breve, si passa da una dominazione ottomana durata secoli, con una suddivisione territoriale che non teneva conto di una regione libanese. La zona del levante conosciuta con il nome di “Grande Siria”, che comprendeva, senza contare il Libano, anche la Siria, la Giordania e la Palestina. Già nel 1916, prima ancora della firma del trattato di pace della Grande Guerra, la regione fu divisa a tavolino da due gentiluomini, uno britannico ed uno francese, rispettivamente Mark Sykes e François Georges-Picot. Matita e riga alla mano, tracciarono una serie di linee su una mappa, senza tener conto delle popolazioni che vivevano lì da secoli, e si conferirono a vicenda i seguenti mandati: al Regno Unito spettò il controllo di Palestina, Giordania, Iraq e Kuwait, mentre all’impero francese andavano Siria e Libano.
Con il finire del secondo conflitto mondiale, la Francia concesse l’indipendenza ai due protettorati di Siria e Libano. Si creò così un’assemblea costituente che formò un parlamento misto, tra cristiani e musulmani. Dopo un periodo di instabilità legato al fatto che il neonato stato appoggiò, solamente in parte, l’invasione di Israele del ’47 (La Nakba), il Libano vide un periodo di grande crescita, diventando non solo il centro economico-finanziario, ma anche culturale del Medio Oriente. Il sogno libanese sfumò nel 1975, quando a causa di una grave instabilità politica, scoppiò una violenta guerra civile, che vide vittorioso il fronte supportato dall’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina).
Da quel momento si susseguirono due invasioni israeliane: la prima per creare una zona cuscinetto tra le due nazioni, la seconda con lo scopo di sradicare completamente il controllo palestinese del Libano. Tutto ciò condito da indicibili atrocità a danno sia della popolazione locale, che della miriade di profughi palestinesi che avevano cercato rifugio proprio in Libano. Una forza internazionale, guidata da USA, Francia, Regno Unito e Italia, cercò di ristabilire l’ordine dopo aver cacciato la dirigenza dell’OLP. Dopo due anni di occupazione però, un attentato, in cui persero la vita quasi 300 soldati tra americani e francesi, fece ritirare completamente le forze internazionali.
Dopo un periodo di instabilità, una terza invasione israeliana e il supporto alla guerra civile siriana, arriviamo claudicanti all’inizio del nuovo millennio. Il paese negli ultimi anni è in mano ad un governo corrotto, con gruppi paramilitari fondamentalisti che la fanno da padrone e una spirale del debito pubblico infinita. A gettare il Libano nel caos più totale ci penserà, nel 2020, una delle più grandi esplosioni della storia. Molti forse ricordano ancora le immagini, quando uno stock di fertilizzante, nel porto di Beirut, prese fuoco e successivamente brillò con tutta la sua potenza, creando un cratere di 140 metri di diametro e una scossa sismica di 3.3 sulla scala Richter. Si parla di 218 morti e più di 7000 feriti.
L’evento diede avvio a violente proteste contro il governo, che portarono alla morte di un agente di polizia e all’occupazione popolare di diversi ministeri a Beirut. Con questa breve disamina della storia contemporanea del Libano, arriviamo all’oggi, con un conflitto armato in rapida escalation. Dall’inizio dell’invasione terrestre di Gaza per mano delle forze israeliane, il gruppo armato paramilitare fondamentalista di Hezbollah ha supportato in vari modi i movimenti di resistenza del popolo palestinese e di Hamas, con l’aiuto a sua volta dell’Iran. Conclusasi l’invasione di Gaza e una parziale occupazione della Cisgiordania, e dopo diverse incursioni aeree e missilistiche verso il gruppo ribelle degli Houti in Yemen, l’esercito dello stato ebraico ha concentrato la sua attenzione proprio sul Libano, iniziando con attacchi mirati ai vertici di Hezbollah.
Se si seguono gli articoli dei principali giornali occidentali, lo scopo dell’invasione israeliana sembrerebbe quello di sradicare Hezbollah dal territorio libanese. Al contempo, si sottolinea il coinvolgimento sempre più esteso dell’Iran, che da giorni continua a lanciare missili balistici su Tel Aviv. Le reazioni delle Nazioni Unite non si sono fatte attendere, con una grave condanna nei confronti di Israele sulla violazione del diritto internazionale, in quanto si parla di invasione territoriale di uno stato sovrano.
Tel Aviv risponde prontamente con la scusa “dell’operazione militare speciale” per ristabilire l’ordine, sradicando il gruppo terrorista di Hezbollah dal suolo libanese e vietando l’accesso in Israele a António Guterres (segretario generale delle Nazioni Unite).
Si può certamente affermare che dopo questa mossa, il futuro e soprattutto il destino del Medio Oriente dondola sul filo del rasoio. Da un lato, l’occidente supporta in modo categorico ogni decisione presa da Netanyahu e dal suo entourage, dall’altro il Medio Oriente arabo è sempre più stanco dell’impunità nella quale lo stato ebraico si trova costantemente. Dal mio personalissimo punto di vista, le azioni che sta intraprendendo Israele hanno lo scopo di allargare il conflitto il più possibile, includendo quasi tutto il Medio Oriente all’interno, occupando e annettendo i territori di Gaza e Cisgiordania direttamente a sé, e contemporaneamente creando zone cuscinetto tutt’intorno per garantire la sua sicurezza. Non si può negare allo stato israeliano di esistere, questo è vero, ma allo stesso tempo non si può osservare la situazione attuale senza agire. Le nazioni unite hanno di fatto le mani legate, dato che la struttura interna dell’organizzazione implica la necessità dell’unanimità per imporre decisioni ad altri stati membri, e conosciamo benissimo la postura statunitense nei confronti dello stato ebraico.
Per fermare il massacro che vediamo ogni giorno, e per evitarne altri, bisogna fare qualcosa, non rimanere a braccia conserte: come Israele ha diritto di esistere, allo stesso modo lo deve avere lo stato palestinese.
Prendendo come esempio la serie di bombardamenti che Israele ha compiuto negli ultimi giorni, sembra di assistere ad una storia già vista, cioè la volontà israeliana di eliminare vertici politico-militari delle nazioni limitrofe; mi riferisco all’attacco “mirato” ai danni di Hassan Nasrallah, segretario generale di Hezbollah, avvenuto il 27 settembre, seguita da una pioggia di missili che ha provocato decine di morti in Libano. Si tratta davvero di una situazione paradossale, da un lato la Striscia di Gaza rasa completamente al suolo, dall’altro continui attacchi di Israele in tutto il Medio Oriente, ma ad essere condannati sono solamente i missili lanciati dalle nazioni limitrofe, che oltretutto hanno effetti quasi nulli dato l’enorme sviluppo tecnologico ebraico nel campo dell’intercettazione degli ordigni.
A mio parere, è prevedibile che nelle prossime settimane, il conflitto si espanda, con una possibile entrata in gioco della Siria e un aumento degli attacchi iraniani. Il ministro della difesa giordano ha già reso nota la volontà di rimanere al di fuori della questione, sottolineando a Iran e Israele che lo stato non diventerà il campo di battaglia tra le due nazioni.
Non propendo per il concetto di “pace a tutti i costi”, la conclusione delle ostilità deve essere giusta e prendere in considerazione più parti possibili, e tutto ciò pare sempre più utopico considerando gli sviluppi odierni e quello a cui porteranno.
Fonti: Il conflitto israelo-palestinese. Cent’anni di guerra (G.L. Gelvin, editore Einaudi), Il mondo contemporaneo (G. Sabatucci, A. Vidotto, editore Laterza), Politico.eu, tg24.sky.it, Ansa.it, Wikipedia.org